Migliaia di profughi e richiedenti asilo aiutati dal “Sistema Caritas”. Mentre Europa e Italia varano nuove norme: «La sicurezza vera nasce dall’integrazione, non dai muri e dalla compressione dei diritti»
Ricorre quest’anno il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951, pilastro del diritto internazionale dei rifugiati. E ricorre dopodomani, sabato 20 giugno, l’annuale Giornata mondiale del rifugiato, occasione per riflettere su quanto e come ci si prodiga, anche nel territorio ambrosiano, per assicurare protezione a ogni donna e uomo in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e discriminazioni. Una protezione che sia traduzione tangibile del gesto che papa Leone XIV, settimana scorsa al porto di Arguineguín, alle Canarie, ha simbolicamente riservato a migranti e rifugiati: «Prima di dirvi qualsiasi parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità».
A fine 2025, secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati – Unhcr, erano 117,8 milioni le persone costrette alla fuga, in tutto il mondo, numero in calo per la prima volta da un decennio. Ben 7 su 10, tra i rifugiati, vivono in esilio da lunghi periodi di tempo, e quasi la stessa quota (68%) è ospitata in paesi a basso e medio reddito. Non tutti i rifugiati chiedono asilo: nel mondo attendono risposta alla loro domanda 9 milioni di persone, mentre nei 27 paesi Ue (più Islanda, Lichtenstein, Norvegia e Svizzera) nel 2025 sono state registrate 882 mila nuove domande d’asilo, numero in calo per il secondo anno consecutivo, molto più basso dei livelli record raggiunti un decennio fa.
Accoglienze, Corridoi, tutela: i numeri
In omaggio a queste ricorrenze, alla luce di questi dati, raccogliendo il monito papale a «non abituarci a contare i morti», perché «la dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera», Caritas Ambrosiana, il Consorzio Farsi Prossimo con le sue cooperative sociali, l’associazione Avvocati per Niente e la Fondazione “Casa della Carità” ribadiscono il loro convinto impegno a favore di rifugiati e richiedenti asilo che, da numerosi paesi, approdano nei territori della Diocesi di Milano. I soggetti autori di questo documento vantano un’esperienza pluridecennale, sviluppata su più versanti e riservata a migliaia di uomini e donne, adulti e minori. Alcuni numeri (più in esteso nell’allegato 1), per sintetizzare un lavoro svolto con passione da decine di operatori professionali, che coinvolge anche numerosi volontari:
1.806 Gli appuntamenti per la domanda di protezione internazionale prenotati nel 2025, a favore di altrettanti cittadini stranieri, dal Servizio accoglienza immigrati di Caritas Ambrosiana. L’attività è svolta in base al protocollo tra Prefettura-Questura e organismi sociali sottoscritto a Milano nel 2024 per superare la crisi causata dalle code davanti all’Ufficio Immigrazione di via Cagni e rinnovato di recente.
60 I rifugiati giunti in Diocesi tramite i Corridoi umanitari e lavorativi, per i quali dal 2018 Caritas ha organizzato accoglienza e integrazione; 23 i giovani arrivati con i Corridoi universitari.
904 I rifugiati e richiedenti asilo che, al 1° giugno, sono seguiti nei rispettivi percorsi di accoglienza e integrazione, ospiti di 124 appartamenti e 9 centri collettivi gestiti da 5 cooperative sociali (Farsi Prossimo nel Milanese, Intrecci nel Rhodense e Varesotto, L’Arcobaleno nel Lecchese, Novo Millennio e Sociosfera in Brianza) aderenti al Consorzio Farsi Prossimo, promosso da Caritas.
131 Le persone rifugiate (da 24 paesi) accolte dalla Fondazione Casa della Carità, a partire dal 2022, nell’ambito del sistema di accoglienza Sai.
«Garantire l’accurato esame di ogni domanda»
Alla luce di questa ramificata attenzione alle storie e ai bisogni dei rifugiati, e della quotidiana e concreta esperienza di lavoro con essi e per essi, i soggetti sottoscrittori del presente comunicato intendono esprimere alcune valutazioni sul nuovo “Patto Ue sulla migrazione e l’asilo”, entrato in vigore lo scorso 12 giugno, a due anni dal suo varo, e sul decreto legge attuativo, approvato nei giorni precedenti dal Governo italiano.
Nelle intenzioni degli estensori (condivise da Oim-Unhcr) il Patto serve a rafforzare l’armonizzazione legislativa, il coordinamento operativo tra Stati e Ue, l’uniformità di politiche e procedure, nella prospettiva di un approccio meno emergenziale e più equo al fenomeno. Non si possono però tacere serie preoccupazioni di carattere morale, politico e tecnico (allegato 2), inerenti sia la tutela dei diritti di persone per definizione vulnerabili, sia il rispetto del valore più profondo di un istituto – l’asilo – espressione di secoli di civiltà giuridica europea e sancito dalla Costituzione italiana.
«Il sistema italiano d’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo – osserva Rocco Festa, neo-presidente del Consorzio Farsi Prossimo – negli ultimi anni è stato più volte indebolito, per effetto dei ricorrenti decreti sicurezza. Ciononostante, le nostre cooperative hanno continuato ad assicurare servizi di qualità, anche oltre gli standard minimi previsti da norme e convenzioni, convinte che percorsi di integrazione seri assicurino il rispetto dell’inviolabile dignità e delle legittime attese di ogni uomo e donna che fuggono da scenari di guerra e discriminazione, e nel contempo fungano da garanzia per la serenità e l’arricchimento delle comunità che accolgono». Ora, però, con il nuovo Patto continentale, e con la sua applicazione tramite Decreto nazionale, «temiamo che presunte esigenze di sicurezza collettiva sviliscano l’accuratezza dell’esame individuale che va garantita a ogni domanda di asilo, e a ogni storia di sofferenza e vulnerabilità umana che c’è dietro. Noi siamo testimoni del positivo esito di molti percorsi: non bisogna comprometterlo».
«Norme ispirate dalla volontà di allontanare»
Quanto al decreto legge attuativo emanato dal Governo italiano il 4 giugno, il Tavolo asilo e immigrazione, cui aderiscono a livello nazionale diversi organismi pastorali e di terzo settore, ha lamentato che sia stato elaborato senza consultare le realtà sociali che si occupano del fenomeno e senza un dibattito politico pubblico in Parlamento.
In più i suoi contenuti sono stati resi noti, lamenta in una nota (testo integrale) l’associazione Avvocati per Niente, con «incomprensibile ritardo: sarebbe invece stato necessario che gli enti di tutela delle persone migranti e gli operatori del diritto potessero conoscere e studiare con largo anticipo le norme attuative di così significative riforme», che modificano «radicalmente la disciplina delle domande di protezione internazionale».
Riguardo ai contenuti e agli effetti del Patto, secondo Apn esso, «nonostante il suo “titolo”, non ha l’ambizione di cercare nuove e uniformi soluzioni normative al complesso fenomeno dell’immigrazione». Le nuove norme sembrano «accomunate dalla volontà di allontanare i cittadini stranieri (…) non solamente dal territorio nazionale, ma dalla stessa società, comprimendone gravemente i diritti», dunque rivelandosi «portatrici di esclusione e marginalità».
«Regolare i flussi, ma con generosità e umanità»
In generale, le politiche sulla migrazione e l’asilo, per quanto possano giovarsi in futuro di un migliore coordinamento, «sembrano essere sempre più ostaggio di una lettura securitaria del fenomeno – commenta don Paolo Selmi, presidente di Casa della Carità e codirettore di Caritas Ambrosiana, insieme a Erica Tossani, codirettrice Caritas –. Si tratta di una lettura parziale e irrealistica, perché alimentata dalla strumentalizzazione di paure che la politica, in un circuito vizioso all’opera ormai da decenni, coglie e amplifica nell’opinione pubblica, nazionale ed europea».
L’esperienza di chi lavora tutti i giorni con i profughi, «pur tra innegabili fatiche, non solo di natura organizzativa, ma anche culturale, è invece l’esperienza di una fraternità possibile». E anche di una sicurezza possibile, proseguono Selmi e Tossani, «a patto di voler investire su pratiche alternative a quelle di respingimento, rimpatrio forzato, rafforzamento di muri, che in politica e nella comunicazione pubblica vanno per la maggiore. Perché, per esempio, dopo dieci anni di successi delle sperimentazioni che Caritas e altri soggetti conducono, la politica europea e italiana non si fa carico dei Corridoi umanitari, lavorativi e universitari, rafforzandoli per favorire ingressi generosi ma controllati, regolati e persino produttivi, invece di perseverare in pratiche proibizioniste che, in definitiva, fanno il gioco dei trafficanti di uomini?».
Lo stesso si può dire della necessità di potenziare i percorsi di integrazione sociale, linguistica, abitativa e lavorativa, di cui tanti soggetti sociali ed enti locali si fanno promotori, senza però un adeguato sostegno, normativo e finanziario, da parte dello Stato. «Molti ci chiamano buonisti – concludono Selmi e Tossani –. Ma la sicurezza vera, dei profughi e delle comunità che li accolgono, la si costruisce dal basso, con pratiche minute e quotidiane di solidarietà, conoscenza reciproca, educazione alla legalità. Lo Stato ha il dovere di regolare flussi ed esaminare domande: ma non ha l’obbligo di farlo in forma repressiva. Avrebbe invece convenienza a farlo, sostenendo la serietà e la generosità di chi, difendendo i diritti dei profughi, promuove il benessere di tutti».